oggi è la giornata europea del vento, nata per sensibilizzare alla produzione di energia elettrica grazie all’eolico. in clima di dibattito sul nucleare e di annesse paure, speriamo non si dimentichino anche altri settori in cui è importante investire in ricerca e sviluppo.

molte le iniziative: se ne trova notizia qui e qui. mentre qui si possono trovare alcuni interessanti dati sulla distribuzione dell’eolico in europa.

nella spendida cornice della fondazione cini, sull’isola di san giorgio a venezia, l’appuntamento con il futuro della scienza ha per tema la sfida dell’energia. tre giorni dedicati a diversi aspetti: presente e futuro delle fonti, energia e salute, etiche politiche ed economia dell’energia. ho potuto partecipare alla prima giornata, affascinante soprattutto per la presenza di due premi nobel: carlo rubbia e zhores ivanovich alferov, entrambi per la fisica. l’italiano ha premuto ancora una volta il tasto del solare, fronte sul quale ha impegnato molte energie negli ultimi anni. anche il secondo ha parlato del solare, concentrandosi sulle nuove applicazione tecnologiche per la conversione dell’energia solare in elettrica. i suoi studi sui semiconduttori sono molto utili per capire anche quali sono i limiti della conversione, che ha accelerato enormemente negli ultimi anni, ma che ora comincia a richiedere investimenti (economici e intellettuali) sempre maggiori.

ma la prima giornata non si e’ limitata a discutere delle possibilita’ future a riguardo delle fonti di energia, ma anche preso in considerazione qual e’ lo stato dell’arte negli altri settori di produzione. janos beer ha tralasciato il dibattito - accesissimo per ovvi interessi economici - su quando si raggiungera’ il picco del petrolio, e ha concentrato il suo intervento su due aspetti di estrema attualita’. da una parte non si puo’ tralasciare il parziale ritorno al carbone per alimentare le centrali termoelettriche, che hanno lo svantaggio di produrre gas serra. ma si sta lavorando alla realizzazione di impianti di produzioni “near zero emission”, ad emissione di gas serra vicina a zero. purtroppo non e’ una tecnologia pronta subito, ma bisognera’ aspettare almeno 15-20 anni per una larga diffusione. e proprio in uno sguardo che guarda al futuro, beer ha sottolineato la necessita’ di sviluppare tecniche di sequestro dell’anidride carbonica sempre piu’ efficaci ed efficienti.

maurizio cumo si occupa di centrali nucleri a fissione. ha sottolineato la necessita’ da parte di tutti i paesi economicamente avanzati di dedicare le necessarie attenzioni al nucleare. anche l’italia, sebbene non abbia centrali attive sul proprio territorio, ha capacita’ tecniche e tecnologiche per rimanere al passo nel mondo della ricerca in questo settore. uno dei nodi principale, all’interno della transizione dai generatori di III a quelli di IV generazione, e’ lo studio dei sistemi di riprocessamento delle scorie nucleari. separare in modo efficace la componente radioattiva riduce notevolmente il volume delle scorie stesse e permette di riutilizzare la parte rimanente nei reattori piu’ avanzati. l’italia, secondo cumo, deve mantenere le proprie competenze, derivanti anche dall’industria elettromeccanica, passando attraverso l’esportazione delle tecnologie verso i paesi che hanno “fame” di energia. paesi che spesso hanno matrici politiche e culturali complesse anche molto diverse dall’occidente. gli accordi internazionali dovrebbero garantire la sicurezza del mercato dell’uranio e del plutonio, assicurando l’impossibilita’ di acquistarne quantita’ tali da poter realizzare ordigni distruttivi.

l’ospite piu’ atteso di venerdi’ era sicuramente james lovelock, l’ideatore dell’ipotesi di gaia. purtroppo non e’ potuto venire a venezia e ha inviato, invece, un video con il suo breve intervento.

di nucleare si parlera’ anche oggi pomeriggio, ma questa volta si trattera’ di fusione. lo si fara’ attraverso jaques jaquinot che illustrera’ ITER, un progetto internazionale per la realizzazione di un modello funzionante di reattore a fusione (la stessa reazione che si realizza sul sole) per studiarne le applicazioni commerciali. progetto altamente futuristico (si parla diriuscire a produrre energia elettrica per le reti nazionali attorno al 2050), ma di sicuro interesse anche per lo studio del plasma.

il terzo appuntamento con the future of science, la conferenza voluta dalla fondazione veronesi e dalla fondazione tronchetti provera, è tutto dedicato ai problemi energetici. già da qualche giorno l’attenzione mediatica sulla tre giorni veneziana è alta e oggi anche tuttoscienze dedica molto spazio ad alcuni degli speakers. ci andrò anch’io, sebbene io possa rimanere soltanto per la giornata di giovedì. al mio ritorno, di sicuro vi racconterò quello che potrò vedere e sentire.

di norma non ci piace riportare nudi e crudi post o interventi da altri blog, ma dallo scorso venerdì sul blog di luca de biase, noto giornalista del sole24ore e nòva, c’è una discussione accesa sul dibattito attorno nucleare. in attesa di proseguire la discussione con walter ambrosini non appena rientrerà alla base, mi sembra interessante seguire anche queste opinioni. non sembra si possa contestare che molto spesso gli antinuclearisti fanno leva più sull’emotività che sui dati di fatto, ma dall’altra parte, mi pare, rimangono aperti molti punti: scorie, sicurezza, convenienza economica. punti sui quali - questi sì - che dovrebbero stare al centro della discussione.

e giovanni spataro ci aggiorna sulle volontà giordane di entrare a far parte del club nucleare.

l’analisi che appare sul numero di oggi di tuttoscienze allegato a la stampa di torino è all’energia nucleare e alla sua diffusione. l’articolo è firmato walter ambrosini, professore all’università di pisa e ha come titolo “chi ha paura del nucleare?“.

se non si può che concordare con ambrosini quando nota che

“L’energia nucleare è spesso al centro di critiche che mettono in dubbio la sua capacità di contribuire in modo determinante a rendere sostenibile il progresso, contrariamente a quanto ormai riconosciuto anche da molti ambientalisti”.

e quando sottolinea come, sebbene il nostro paese abbia rifiutato il nucleare, esso

“continuerà ad avere un ruolo nel sopperire al nostro fabbisogno energetico, tramite le inevitabili importazioni, e come opportunità di studio e vocazione professionale”.

non si possono tralasciare alcune perplessità che emergono da quanto contenuto tra questi due passaggi.

l’incidente di chernobyl ha sicuramente scosso l’opinione pubblica italiana ben al di là di quelle che sono state le reali e gravissime - nessuno vuole metterlo in discussione - conseguenze dei fatti. in quel clima pesante ed emotivamente eccitato si è andati a votare un referendum che ha avuto come conseguenza indiretta anche la dipendenza energetica dell’italia da altri paesi in cui le centrali nucleari sono state costruite. e seppure sia indiscutibile che ogni questione legata al nucleare in italia, come in molti paesi del resto, è inscindibilmente connessa alla politica, ci sono due punti di quanto scrive ambrosini che devono essere chiariti.

il primo riguarda i “piccoli volumi [di scorie radioattive, ndr] coinvolti”. saranno anche piccoli, ma quanto? e seppure piccoli, non rimangono radioattivi? insomma: se anche sono piccoli, ma radioattivi, bisogna trovare dei siti di stoccaggio adeguati, sia per la sicurezza, sia per la longevità e stabilità. le scorie radioattive, infatti, decadono in tempi lunghissimi, tanto che sul numero di ventiquattro, il magazine del sole 24 ore, del 7 luglio scorso gianluigi de stefani raccontava egli sforzi dell’aiea per comunicare alle generazioni future il pericolo derivante dai siti si stoccaggio delle scorie. comunicazioni che devono rimanere fruibili anche tra diecimila anni. esiste quindi un problema che è sicuramente condizionato da scelte politiche, ma ha anche risvolti tecnico-pratici non trascurabili.

il secondo punto oscuro riguarda la comunicazione e la percezione del pericolo. ambrosini scrive:

“a fronte del ben noto incidente di Chernobyl, un caso unico per le caratteristiche dell’impianto e la dinamica dell’evento, vi sono decenni di funzionamento sicuro di centinaia di altri reattori nucleari, di cui si parla molto meno”.

qui bisogna fare delle distinzioni. le caratteristiche dell’incidente ucraino sono state vivisezionate più volte da più voci e tutte sono concordi nel ritenere che la responsabilità umana è stata determinante. questo è assodato. di sicuro, come dimostra anche il libro di giancarlo sturloni, la percezione del pericolo nucleare suscitata dalla copertura mediatica dell’evento è stata molto maggiore delle sue reali dimensioni. senza dimenticare che l’ucraina, allora, era parte di un impero comunista che si stava sgretolando e per questo, ma non solo per questo, al centro di un certo tipo di immaginario collettivo. ma per il buon funzionamento di “centinaia di reattori nucleari, di cui si parla molto meno”, ci sono stati decine di altri incidenti di cui si è parlato molto meno. ne è un esempio la confusione mediatica che ha interessato anche il recente caso giapponese, del quale ho già scritto qui.

a queste due osservazioni sulla sostanza di quanto scrive ambrosini, non si può evitare di notare che in tutto il suo lungo articolo non si fa accenno alla facilità con la quale un impianto nucleare civile possa essere trasformato in un impianto militare. sono questioni alle quali ho già fatto riferimento a proposito di benedetto XVI. questioni di sicurezza non banali e che hanno impensierito i commentatori di tutto il mondo a proposito delle scelte di corea del nord e iran.