di solito non mi piace riportare nude e crude segnalazioni di altri blog, ma in questo caso cade proprio a fagiolo. venerdì scorso si scriveva di terremoti in seguito all’intervento di enzo boschi a cronobie 07. uno degli episodi sismici più citati, anche per gli strascichi sociali e politici, è il terremoto dell’irpinia del 23 novembre 1980. di quel terremoto una radio avellinese, radio alfa 102, divenne la voce. un blog, segnalato da vittorio zambardino, riporta alla luce un nastro di quei giorni: si possono sentire la scossa del terremoto e le voci dei superstiti. e celebrare la radio oggi mi pare ancora più attuale dopo aver letto l’indagine sui mezzi d’informazione in italia che riporta oggi repubblica: la radio è il mezzo ritenuto più affidabile dagli ascoltatori. lunga vita alla radio!
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con gli interventi sull’evoluzione della mente di oggi pomeriggio, si è conclusa cronobie 07, tre giorni bolognesi per due antiche domande: da dove veniamo e dove stiamo andando? se ne esce con un bagaglio di idee consistente (anche se non definitivo, per fortuna): tanti intellettuali tutti a disposizione, a portata di mano, in una piazza coperta come la sala borsa, non capita spesso fuori dai grandi festival della scienza. complice una defezione dell’ultimo momento (olga rickards), stamattina ci siamo goduti oltre un’ora e mezza di luigi luca cavalli sforza. sentirlo raccontare con tanta verve una lunga carriera di alto livello, ma sempre mossa dalla curiosità, dalla sete di rispondere a un’altra domanda, rincuora. forse i tentativi di attaccare da ambienti religiosi e politici l’indipendenza della scienza saranno anche sempre più raffinati, ma gli anticorpi sono decisamente all’altezza. dico che ci siamo goduti cavalli sforza, perché ha dimostrato una certa dose di sense of humor, sia quando ha chiesto al pubblico di riprenderlo quando “non tengo il microfono abbastanza vicino, perché me ne dimentico”; sia con le battute sulla “presunta menopausa maschile”. ma ce lo siamo goduti anche perché sentirlo portare avanti una ricerca di genetica “sull’elenco telefonico, che ci siamo procurati gratuitamente” per studiare la diffusione del “gene del cognome”, oppure lamentarsi di non essere un esperto di geografia o di geologia, fa pensare quanto oggi più che mai le ricerche importanti possano uscire dall’ambito strettamente specialistico, diventando esperienze multidisciplinari. perché in fondo, nella nostra vita, non è che la nostra fisiolgia sia separata dalla geometria o dall’antropologia o le altre discipline scientifiche. anzi sono connesse, tanto quanto lo sono la geografia, la demografia, l’archeologia, la genetica, la linguistica, la storia per cercare di capire da dove veniamo. e dove stiamo andando.
mi fa piacere pensare che se enzo boschi non fosse il presidente dell’istituto italiano di geofisica e vulcanologia, sarebbe stato un oratore da piazza d’altri tempi, di prima della tv, quando parlare in pubblico era - in qualche modo - una comunicazione di massa. insomma, uno che porta bob dylan in visita all’etna in eruzione e attende un domanda da parte del menestrello di duluth per potergli rispondere: “the answer my friend is blowin’ in the wind” è qualcuno che ha una marcia in più. ma credere che tutto quello che dice sia solo per scherzo, sarebbe superficiale. per raccontare l’evoluzione del pianeta terra ha, infatti, scelto una carrellata di immagini spettacolari che ritraggono le distruzioni provocate dai terremoti, dalle eruzioni vulcaniche e dai maremoti (”tsunami non è il termine più corretto”). immagini che mostrano quali siano le energie in gioco quando si parla di “evoluzione del pianeta terra“, il tema pomeridiano di cronobie 07. lo studio della sismologia e della vulcanologia è molto sviluppato in italia, dove ci sono circa 300 stazioni sismiche sparse su di un territorio tutt’altro che vasto. ma il nostro paese, oltre ad avere un patrimonio architettonico e artistico da salvaguardare, è uno dei pochi paesi ricchi a essere contemporaneamente oggetto di attività sismica e vulcanica. gli altri due sono stati uniti e giappone. un paese, il nostro, che ha conosciuto tragedie sismiche (con lunghi strascichi sociali e politici) come l’irpinia nel 1980 o il friuli nel ‘76, ma anche eruzioni storiche come quella che distrusse pompei o la continua attività dell’etna e di stromboli. le eruzioni vulcaniche, poi, possono essere talmente potenti da modificare il clima di una regione anche per diversi anni, basti pensare alle incredibili immagini delle colonne di fumo che si vedono dal satellite. ma eruzioni e terremoti sono anche momenti particolarmente favorevoli per conoscere la composizione interna della terra e le dinamiche delle placche tettoniche. in particolare, ricorda boschi, osservare come si propagano le onde sismiche “è come fare una radiografia al pianeta”, mettendo in evidenza gli strati del mantello e del nucleo. osservare un vulcano in eruzione, invece, è “proprio vedere la terra che si crea, che si riforma continuamente”. un sistema violento e complesso, ma assolutamente efficiente, perché “la terra è un pianeta proprio ben organizzato”. ma non solo per questi meccanismi trasformativi, ma anche per la sua particolare collocazione nel sistema solare: “né troppo vicino al sole da far evaporare tutta l’acqua, né troppo lontano da farla ghiacciare”. ma eventi catastrofici come lo tsunami che il 29 dicembre 2004 ha colpito molti paesi del sud est asiatico o le simulazioni di eruzione del vesuvio fanno piuttosto venire in mente un vecchio brano di frankie hi nrg mc, rapper italiano “colto”, che dedicava all’etna parole accorate. “etna, la terra che trema, che si piega, che si spacca nel buio e annega in un torrente di lava incandescente un paese che assiste senza poter fare niente; la bava del gigante che cinquanta bocche vomitano invade lentamente le strade, le case, le piazze, distrugge le vite sognate, sperate sudate e costruite dall’orgoglio della gente, dal popolo emigrante volato come un nugolo di foglie oltre il mare, distante, alla volta di terre lontane…”
per raccontare l’universo si usa la cucina. è un po’ questa l’idea che mi sono fatto dopo aver ascoltato i primi interventi di cronobie 07, cominciata stamattina in sala borsa a bologna e guidati da pietro greco. l’astronomo e l’astrofisico si comportano come archeologi del cosmo, nel tentativo di rispondere a domande antiche: com’è nato l’universo? come si è evoluto? come nascono le stelle? come facciamo a sapere in che modo si evolvono e muoiono? il loro strumento, ha ricordato paolo de bernardis, dell’università la sapienza di roma, è quella particolare macchina del tempo chiamata “telescopio”. il telescopio o cannocchiale (così battezzato da chi per primo lo puntò verso l’universo, ovvero galileo galilei) ci permette di vedere la luce che proviene dagli oggetti celesti. ma nonostante la grande velocità dei fotoni e a causa della grande distanza che ci separe dagli oggetti astronomici, la luce che noi vediamo è partita molto tempo fa. anche quella che ci arriva dal sole, stella così vicina a noi, ci arriva in realtà dopo 8 minuti di viaggio. un po’ come se osservando l’universo, vedessimo cosa succede sempre in differita. se le distanze aumentano, poi, le immagini che vediamo saranno sempre più vecchie. fino a permetterci di vedere il momento iniziale? in realtà, come ha ricordato de bernardis, finora siamo riusciti a vedere fino a circa 300.000 (o 500.000 secondo altre stime) anni dopo il big bang, il momento iniziale del’universo così come lo conosciamo. prima di quella data, l’universo era “opaco alla luce”, ma ciò non significa che non ci fosse niente: le temperature erano così alte da tenere separati elettroni e protoni, i costituenti principali degli atomi. tutti questi ragionamenti sono validi perché negli anni ‘20 e ‘30 due scienziati, hubble e wirtz, hanno scoperto che l’universo si sta espandendo, in qualsiasi direzione io guardi il cielo. ma pensare che ciò accada perché la terra è al centro dell’universo sarebbe anacronistico. è qui che torna la gastronomia, anzi per meglio dire la pasticceria. per spiegare come mai io dalla terra veda ogni punto che si allontana da me, nonostante anch’io mi stia contemporaneamente allontanando da tutti gli altri punti, de bernardis è ricorso alla metafora del panettone che lievita. immaginate di mettere l’impasto del panettone con le uvette in forno. durante la lievitazione ogni uvetta si allontanerà da tutte le altre perché aumenta di volume la pasta che le separa. è quello che succede nell’universo, dove la terra è solo una delle tante uvette del panettone-universo. è lo spazio stesso ad espandersi, trascinandosi dietro tutti gli oggetti che contiene, siano essi pianeti, stelle o galassie. stelle, che nonostante le recenti copiose scoperte di pianeti simili alla terra, continuano a esercitare un fascino fortissimo sull’immaginario umano. ma come si sono formate? franco pacini, per molti anni direttore dell’osservatorio di arcetri, ha cercato di raccontare l’evoluzione delle stelle. compito non facile, se si pensa che dalla prima osservazione di un oggetto celeste con il cannocchiale di galilei alla prima determinazione di una distanza astronomica sono passati circa due secoli e mezzo. immaginiamoci come deve essere difficile capire come si trasformano le stelle, che hanno una vita lunghissima. tanto lunga che prima della rivoluzione scientifica si pensava che le stelle fossero eterne e immutabili. ma anche il sole che ha circa 4 miliardi di anni sta cambiando. quando ciò avverrà, circa tra altri 4-5 miliardi di anni, si espanderà fino a inglobare molta parte del sistema solare. a quel punto la gravità non sarà più sufficiente a tenere assieme il tutto e la parte più esterna verrà “soffiata via”, come dice pacini. rimarrà solo un nocciolo estremamente denso di materia al centro. talmente denso che un cucchiaino di quella materia peserebbe (sulla terra) circa una tonnellata. come sappiamo tutto questo? soprattutto dall’osservazione di altre stelle che hanno raggiunto uno stadio più avanzato del nostro sole. perché mano a mano che la temperaturaq scendeva dopo il big bang, gli atomi si sono raggruppati in agglomerati, come quando “si fa la polenta, non quella istantanea, ma quella che facevano le nostre mamme e le nostre nonne: si facevano gli gnocchi”, dice pacini. questi “gnocchi” sono i “progenitori” delle stelle e delle galassie. insomma se volete fare una scorpacciata di astronomia e astrofisica, ripassate la gastronomia. magari più popolare, come quella della polenta e del panettone. |

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