per raccontare l’universo si usa la cucina. è un po’ questa l’idea che mi sono fatto dopo aver ascoltato i primi interventi di cronobie 07, cominciata stamattina in sala borsa a bologna e guidati da pietro greco. l’astronomo e l’astrofisico si comportano come archeologi del cosmo, nel tentativo di rispondere a domande antiche: com’è nato l’universo? come si è evoluto? come nascono le stelle? come facciamo a sapere in che modo si evolvono e muoiono? il loro strumento, ha ricordato paolo de bernardis, dell’università la sapienza di roma, è quella particolare macchina del tempo chiamata “telescopio”. il telescopio o cannocchiale (così battezzato da chi per primo lo puntò verso l’universo, ovvero galileo galilei) ci permette di vedere la luce che proviene dagli oggetti celesti. ma nonostante la grande velocità dei fotoni e a causa della grande distanza che ci separe dagli oggetti astronomici, la luce che noi vediamo è partita molto tempo fa. anche quella che ci arriva dal sole, stella così vicina a noi, ci arriva in realtà dopo 8 minuti di viaggio. un po’ come se osservando l’universo, vedessimo cosa succede sempre in differita. se le distanze aumentano, poi, le immagini che vediamo saranno sempre più vecchie. fino a permetterci di vedere il momento iniziale? in realtà, come ha ricordato de bernardis, finora siamo riusciti a vedere fino a circa 300.000 (o 500.000 secondo altre stime) anni dopo il big bang, il momento iniziale del’universo così come lo conosciamo. prima di quella data, l’universo era “opaco alla luce”, ma ciò non significa che non ci fosse niente: le temperature erano così alte da tenere separati elettroni e protoni, i costituenti principali degli atomi.

tutti questi ragionamenti sono validi perché negli anni ‘20 e ‘30 due scienziati, hubble e wirtz, hanno scoperto che l’universo si sta espandendo, in qualsiasi direzione io guardi il cielo. ma pensare che ciò accada perché la terra è al centro dell’universo sarebbe anacronistico. è qui che torna la gastronomia, anzi per meglio dire la pasticceria. per spiegare come mai io dalla terra veda ogni punto che si allontana da me, nonostante anch’io mi stia contemporaneamente allontanando da tutti gli altri punti, de bernardis è ricorso alla metafora del panettone che lievita. immaginate di mettere l’impasto del panettone con le uvette in forno. durante la lievitazione ogni uvetta si allontanerà da tutte le altre perché aumenta di volume la pasta che le separa. è quello che succede nell’universo, dove la terra è solo una delle tante uvette del panettone-universo. è lo spazio stesso ad espandersi, trascinandosi dietro tutti gli oggetti che contiene, siano essi pianeti, stelle o galassie.

stelle, che nonostante le recenti copiose scoperte di pianeti simili alla terra, continuano a esercitare un fascino fortissimo sull’immaginario umano. ma come si sono formate? franco pacini, per molti anni direttore dell’osservatorio di arcetri, ha cercato di raccontare l’evoluzione delle stelle. compito non facile, se si pensa che dalla prima osservazione di un oggetto celeste con il cannocchiale di galilei alla prima determinazione di una distanza astronomica sono passati circa due secoli e mezzo. immaginiamoci come deve essere difficile capire come si trasformano le stelle, che hanno una vita lunghissima. tanto lunga che prima della rivoluzione scientifica si pensava che le stelle fossero eterne e immutabili. ma anche il sole che ha circa 4 miliardi di anni sta cambiando. quando ciò avverrà, circa tra altri 4-5 miliardi di anni, si espanderà fino a inglobare molta parte del sistema solare. a quel punto la gravità non sarà più sufficiente a tenere assieme il tutto e la parte più esterna verrà “soffiata via”, come dice pacini. rimarrà solo un nocciolo estremamente denso di materia al centro. talmente denso che un cucchiaino di quella materia peserebbe (sulla terra) circa una tonnellata. come sappiamo tutto questo? soprattutto dall’osservazione di altre stelle che hanno raggiunto uno stadio più avanzato del nostro sole. perché mano a mano che la temperaturaq scendeva dopo il big bang, gli atomi si sono raggruppati in agglomerati, come quando “si fa la polenta, non quella istantanea, ma quella che facevano le nostre mamme e le nostre nonne: si facevano gli gnocchi”, dice pacini. questi “gnocchi” sono i “progenitori” delle stelle e delle galassie. insomma se volete fare una scorpacciata di astronomia e astrofisica, ripassate la gastronomia. magari più popolare, come quella della polenta e del panettone.

Mentre da noi si bisticcia sull’opportunità o meno di certe lauree honoris causa, Brian May, il chitarrista dei Queen, ha risolto il problema dal basso: per prendersi il PhD in astrofisica, la tesi se l’è scritta. In realtà, s’è limitato a completarla, visto che l’aveva abbandonata a metà nel 1975. Per un motivo abbastanza condivisibile: entrare nella storia. Fatto sta che la sua brava tesi l’ha finita, e proprio oggi l’ha consegnata.  Argomento di tutto rispetto, “Radial Velocities in the Zodiacal Dust Cloud”, e attività di ricerca svolta sul campo, con i telescopi di La Palma. Ma soprattutto stile. Perché un dottorato ad honorem, in realtà, già glielo avevano dato. Ma lui no: lui ha voluto la cosa vera. E ora si prepara a difenderla. Giorno previsto per la discussione, il 23 agosto prossimo. Is this the real life? Is this just fantasy?