l’analisi che appare sul numero di oggi di tuttoscienze allegato a la stampa di torino è all’energia nucleare e alla sua diffusione. l’articolo è firmato walter ambrosini, professore all’università di pisa e ha come titolo “chi ha paura del nucleare?“.
se non si può che concordare con ambrosini quando nota che
“L’energia nucleare è spesso al centro di critiche che mettono in dubbio la sua capacità di contribuire in modo determinante a rendere sostenibile il progresso, contrariamente a quanto ormai riconosciuto anche da molti ambientalisti”.
e quando sottolinea come, sebbene il nostro paese abbia rifiutato il nucleare, esso
“continuerà ad avere un ruolo nel sopperire al nostro fabbisogno energetico, tramite le inevitabili importazioni, e come opportunità di studio e vocazione professionale”.
non si possono tralasciare alcune perplessità che emergono da quanto contenuto tra questi due passaggi.
l’incidente di chernobyl ha sicuramente scosso l’opinione pubblica italiana ben al di là di quelle che sono state le reali e gravissime - nessuno vuole metterlo in discussione - conseguenze dei fatti. in quel clima pesante ed emotivamente eccitato si è andati a votare un referendum che ha avuto come conseguenza indiretta anche la dipendenza energetica dell’italia da altri paesi in cui le centrali nucleari sono state costruite. e seppure sia indiscutibile che ogni questione legata al nucleare in italia, come in molti paesi del resto, è inscindibilmente connessa alla politica, ci sono due punti di quanto scrive ambrosini che devono essere chiariti.
il primo riguarda i “piccoli volumi [di scorie radioattive, ndr] coinvolti”. saranno anche piccoli, ma quanto? e seppure piccoli, non rimangono radioattivi? insomma: se anche sono piccoli, ma radioattivi, bisogna trovare dei siti di stoccaggio adeguati, sia per la sicurezza, sia per la longevità e stabilità. le scorie radioattive, infatti, decadono in tempi lunghissimi, tanto che sul numero di ventiquattro, il magazine del sole 24 ore, del 7 luglio scorso gianluigi de stefani raccontava egli sforzi dell’aiea per comunicare alle generazioni future il pericolo derivante dai siti si stoccaggio delle scorie. comunicazioni che devono rimanere fruibili anche tra diecimila anni. esiste quindi un problema che è sicuramente condizionato da scelte politiche, ma ha anche risvolti tecnico-pratici non trascurabili.
il secondo punto oscuro riguarda la comunicazione e la percezione del pericolo. ambrosini scrive:
“a fronte del ben noto incidente di Chernobyl, un caso unico per le caratteristiche dell’impianto e la dinamica dell’evento, vi sono decenni di funzionamento sicuro di centinaia di altri reattori nucleari, di cui si parla molto meno”.
qui bisogna fare delle distinzioni. le caratteristiche dell’incidente ucraino sono state vivisezionate più volte da più voci e tutte sono concordi nel ritenere che la responsabilità umana è stata determinante. questo è assodato. di sicuro, come dimostra anche il libro di giancarlo sturloni, la percezione del pericolo nucleare suscitata dalla copertura mediatica dell’evento è stata molto maggiore delle sue reali dimensioni. senza dimenticare che l’ucraina, allora, era parte di un impero comunista che si stava sgretolando e per questo, ma non solo per questo, al centro di un certo tipo di immaginario collettivo. ma per il buon funzionamento di “centinaia di reattori nucleari, di cui si parla molto meno”, ci sono stati decine di altri incidenti di cui si è parlato molto meno. ne è un esempio la confusione mediatica che ha interessato anche il recente caso giapponese, del quale ho già scritto qui.
a queste due osservazioni sulla sostanza di quanto scrive ambrosini, non si può evitare di notare che in tutto il suo lungo articolo non si fa accenno alla facilità con la quale un impianto nucleare civile possa essere trasformato in un impianto militare. sono questioni alle quali ho già fatto riferimento a proposito di benedetto XVI. questioni di sicurezza non banali e che hanno impensierito i commentatori di tutto il mondo a proposito delle scelte di corea del nord e iran.